IL SOPRA E IL SOTTO
Un viaggio nell’archeologia che viviamo
L’archeologia è un modo di guardare le tracce materiali del passato e di interrogarle. Questa serie parte da Pistoia, negli anni Settanta, nel cantiere di restauro dell’Antico Palazzo dei Vescovi. Lì un gruppo di giovani archeologi sperimenta le nuove tecniche stratigrafiche e cambia prospettiva: non si cercano più solo i monumenti, ma i contesti, gli oggetti, ciò che resta della vita quotidiana. È l’epoca in cui l’archeologia inizia a interessarsi della cultura materiale e della storia delle persone rivelata dagli artefatti. Da quello scavo il racconto si allarga nel tempo e nello spazio e si interroga sul presente che stiamo producendo: lungo le rotte commerciali e migratorie, nei data center del Nord Globale, nelle discariche di rifiuti elettronici del continente africano, sulle spiagge di Lampedusa. Perché, oggi come ieri, le cose raccontano chi siamo, cosa compriamo, cosa scartiamo, cosa consideriamo prezioso. E allora l’archeologia non è più solo una disciplina che studia il passato. È uno sguardo, un invito all’attenzione.
Il progetto nasce in occasione dell’apertura del nuovo percorso archeologico del Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi.
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Pistoia, primi anni Settanta. Una cassa di risparmio di provincia, quella pistoiese, compra un antico palazzo che era già stato dei Vescovi, in piazza del Duomo. Sembra una storia di ordinaria amministrazione, manca spazio per nuovi uffici. Poi, durante i restauri, spuntano affreschi, muri antichi, e tanti cocci. Il cantiere diventa anche scavo archeologico e si anima di un gruppo di giovani archeologi senza cattedre, senza titoli; degli “scappati di casa” come si chiameranno anni dopo. L’episodio ricostruisce il contesto culturale e politico di quegli anni; racconta l’intuizione di chi capì che quel cantiere poteva diventare un laboratorio per un nuovo modo di fare archeologia. Con Guido Vannini, archeologo medievista e lo storico e museologo Claudio Rosati.
A inizio anni Settanta, l’archeologo Edward Harris formalizza un metodo per ordinare il caos degli strati: la matrice stratigrafica. La terra smette di essere un ingombro da togliere e diventa una fonte di informazioni. L’episodio racconta come si legge una stratificazione, cosa sono i testimoni di scavo e perché tutto questo – il modo in cui scaviamo e cosa decidiamo di mostrare – ha a che fare con l’uso pubblico del passato. Con l’aiuto di chi ha scavato e di chi oggi studia l’archeologia pubblica, si interroga il rapporto tra memoria, potere e identità: Chiara Bonacchi, archeologa e studiosa di archeologia pubblica; Francesca Grassi, archeologa medievista; Cristina Taddei, conservatrice archeologa di Fondazione Pistoia Musei; Guido Vannini, archeologo medievista e direttore dello scavo dell’Antico Palazzo dei Vescovi.
Ogni oggetto ha una biografia: nasce, si usa, si scarta, a volte viaggia per migliaia di chilometri. L’episodio segue queste tracce: dalle ceramiche sigillate africane che attraversano il Mediterraneo romano, ai vasi longobardi riutilizzati per il drenaggio di un pozzo, dai testelli medievali fatti a mano alle bottiglie di plastica sulle spiagge di Lampedusa. In questo episodio si racconta come la vita sociale e materiale delle cose abbia dato forma a relazioni, economie, scambi e migrazioni nel Mediterraneo, dall’epoca romana a oggi. Insieme a Francesca Anichini, docente di archeologia moderna e contemporanea dell’Università di Pisa, Francesca Grassi, archeologa medievista e Cristina Taddei, conservatrice archeologa di Fondazione Pistoia Musei.
Microplastiche infiltrate negli strati geologici, terabyte di dati in server energivori, smartphone destinati a finire in discariche africane. L’episodio segue queste tracce: dalle miniere di terre rare dei Sud Globali ai data center del Nord Europa, dove i dati vengono elaborati e conservati, viaggiando attraverso i cavi sottomarini che li trasportano da un continente all’altro. Con l’archeologa Francesca Anichini e il sociologo dei media Tiziano Bonini, ci si interroga sul modello estrattivo che sostiene il digitale. E ci si chiede: che tracce stiamo lasciando?
